Original article by Benedetta Argentieri, The Post Intenazionale.

Abu Bakr Al-Baghdadi, leader dell’Isis, e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan

Armi, petrolio e jihad: ecco i documenti che dimostrano le relazioni fra Ankara e il sedicente Stato islamico

Tutti gli affari segreti fra la Turchia e l’Isis

C’è un filo rosso che collega la Turchia e l’Isis. Un legame che è stato coltivato negli anni, ancora prima della dichiarazione ufficiale della fondazione del sedicente Stato islamico, a Mosul il 4 luglio 2014. La Turchia ha dato vari appoggi al califfato. Dalla logistica a contributi militari, dal commercio alla finanza. Ankara ha accolto miliziani feriti e ne ha curati nei suoi ospedali. Ha mandato medicine e vari aiuti. Ha aperto le frontiere e lasciato passare migliaia di jihadisti da una parte all’altra indisturbati. I servizi segreti turchi hanno incontrato, sostenuto, e appoggiato alcuni esponenti dell’Isis per delineare varie campagne militari. Un nuovo dossier del Rojava Center for Strategic Studies, ha raccolto tutte le prove e descrive tutte queste dinamiche in modo molto dettagliato.

“Queste relazioni hanno un impatto negativo sulla stabilità e lo sviluppo in Medio Oriente, causando la perdita di sicurezza e stabilità in Siria, lo sfollamento di milioni di persone, la morte di centinaia di migliaia di persone, la distruzione massiccia di infrastrutture e la perdita dell’identità nazionale siriana”, si legge.

Il dossier è stato composto con documenti raccolti durante le battaglie e le città perse dall’Isis e con interviste a uomini e donne che si sono uniti allo Stato islamico. La rivelazione non è una sorpresa per i tanti studiosi e giornalisti che negli anni hanno rivelato tutti questi legami, nonostante molti paesi, tra cui la Germania, abbiano deciso di non riconoscere pubblicamente il ruolo che la Turchia ha avuto nel far fiorire e aiutare il gruppo terroristico che ha terrorizzato il mondo per oltre cinque anni.

Turchia e Isis: il confine

Secondo Thomas Barneuin, conosciuto anche come Abu Ahmed Al-Fransi, almeno il 90 percento dei combattenti stranieri sono passati indisturbati dalla Turchia alla Siria, e viceversa. Persino lui era sorpreso di quanto fosse facile andare avanti e indietro. Lo Stato islamico produceva dei permessi particolari che permetteva appunto il via-vai. Almeno 70mila combattenti stranieri sono arrivati in Siria per unirsi all’Isis.

Nel 2015 sono state pubblicate delle fotografie di soldati turchi al confine che scherzavano con dei jihadisti. Gli Stati Uniti hanno chiesto più volte ad Ankara di effettuare una stretta sul confine, lungo ben 911 chilometri, ma non c’è stato nulla da fare. L’autostrada del jihadismo ha continuato a essere attiva fino quasi alla fine del conflitto. I punti di entrata erano Jarabalus, Rai, Aziz, Tel Abyad e Idlib.

Il giornalista Zana Omer ha raccontato come alcune cellule dell’Isis siano tornate in Europa, per effettuare alcuni attacchi suicidi, attraverso la Turchia. E sul confine non passavano solo persone ma anche equipaggiamenti, droni, medicine. Le ricevute sono ancora tutte lì. L’Isis ha anche avuto diversi “ambasciatori” che tenevano le relazioni con l’Akp, il partito del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, e con le istituzioni proprio per facilitare questo passaggio.

Se per gli uomini e le donne di Abu Bakr-al-Baghdadi era semplice passare da una parte all’altra indisturbati, per i civili curdi e siriani non lo era per nulla. La Human Rights Association ha raccolto almeno 356 casi di violenze nei confronti di civili che cercavano di andare in Turchia o si avvicinavano troppo al confine. Contadini e commercianti sono stati, più volte, presi di mira dai soldati turchi.

Turchia e Isis: gli accordi militari

Ma tutta questa clemenza ha un prezzo. Tutti gli intervistati del dossier raccontano come l’attacco ai curdi, a cominciare da Kobane a settembre 2014, sia stata un’idea dei servizi di intelligence e non dell’Isis. La Turchia avrebbe preferito avere i jihadisti come vicini piuttosto che i curdi. Una delle ragioni per cui ha sostenuto lo Stato islamico, appunto, è stata la speranza di cancellare dalla mappa la possibilità di una zona autonoma curda al confine.

Il Rojava (Kurdistan Occidentale) si estende su quasi tutto il confine e la creazioni di una buffer zone, l’operazione Euphrates Shield, e l’occupazione di Afrin, aveva come obiettivo quello di rompere l’unità territoriale curda. Gli attacchi, però, non avvenivano solo in Siria. Molti testimoni raccontano come lo Stato islamico abbia compiuto l’attacco alle manifestazioni dell’Hdp, il Partito Democratico del Popolo, nel 2015 a Gaziantep, Adana e Mersin.

Ma non solo, l’Isis in Turchia si è diviso in tante piccole cellule per continuare ad attaccare. È responsabilità del sedicente Stato islamico l’attacco di Suruc, il 20 luglio 2015, in cui persero la vita 33 persone e altre 104 rimasero ferite. Parte degli accordi è stato anche il rilascio di 49 diplomatici turchi da Mosul nel 2014 e la preservazione della tomba di Suleiman Shah, padre fondatore dell’impero Ottomano. Quest’ultima è stata l’unica tomba o tempio non toccato dall’Isis, che ha distrutto decine di luoghi sacri per loro simboli infedeli.

Le armi

Dal confine passavano anche le armi. Quelle confiscate dall’Esercito libero siriano non erano in buone condizioni, e Daesh (acronimo arabo per Isis) ha comprato equipaggiamento tattico in giro per il mondo, facendolo passare per il confine. Le armi sono state comprate con i proventi del petrolio venduto sul mercato nero anche alla Turchia. Anche i russi hanno denunciato più volte questa situazione, tanto che in una conferenza stampa è stato rivelato che circa 120 tonnellate di munizioni, bombe e armi, oltre 250 veicoli e auto blindate, personale delle comunicazioni e migliaia di membri si sono trasferiti dalla Turchia sia all’Isis che al Fronte di al-Nusra. “Ciò accade continuamente e il governo turco non sta lavorando per fermarlo”, hanno detto i funzionari russi pubblicamente

Le intese commerciali

Oltre agli accordi militari, la Turchia e l’Isis hanno stipulato delle intese commerciali che hanno permesso al gruppo terroristico di crescere e di prosperare. La maggior parte delle risorse venivano dal petrolio, i cui barili passavano indisturbati al confine. Molti testimoni sostengono che Ankara fosse il primo acquirente e in assoluto quello più importante. Persino il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha messo pressioni perché questa pratica terminasse immediatamente. Ma non solo. “Le relazioni del dipartimento indicano l’esistenza di uffici di trasferimento di denaro e oro da e per l’Isis in Turchia, Siria, Iraq e Golfo Arabico”, spiega un rapporto del dipartimento americano.